Dipartimento di Biologia Ambientale

 

Università degli studi Roma Tre

 

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Gli habitat costieri rappresentano su scala mondiale ambienti estremamente rilevanti dal punto di vista ecologico e paesaggistico, ma allo stesso tempo sono ecosistemi tra i più vulnerabili e più seriamente minacciati.


1. L’AMBIENTE DUNALE COSTIERO

2. LA VEGETAZIONE COSTIERA PSAMMOFILA
2.1. La spiaggia emersa: il Cakileto
2.2. La duna embrionale: l’Elymeto
2.3. Le dune mobili: l’Ammofileto
2.4. La duna di transizione: il Crucianelleto, i pratelli e le depressioni interdunali
2.5. Il retroduna: la macchia mediterranea e i boschi retrodunali
3. LE MINACCE CHE INCIDONO SUI SISTEMI DUNALI COSTIERI

 

1. L’AMBIENTE DUNALE COSTIERO

L’ambiente costiero, zona di transizione fra terra e mare, costituisce un ambiente assai diversificato, in cui possiamo distinguere un’ampia varietà di ecosistemi.

L’ambiente costiero in generale, e quello dunale nello specifico, rappresentano infatti sistemi articolati e complessi nei quali, in una stretta fascia di territorio, si ha il rapido passaggio dal mondo marino
a quello terrestre con il conseguente instaurarsi di forti gradienti ambientali in funzione della distanza dalla linea di costa.

Dune

Le dune costiere sono essenzialmente forme di accumulo di materiale sabbioso, di aspetto più o meno definito, costituitesi principalmente per azione eolica.

Le specie vegetali che crescono sulla duna, oltre a contribuire attivamente alla sua edificazione, man mano che la duna stessa si accresce e si articola morfologicamente, si organizzano in differenti fitocenosi che si evolvono contemporaneamente alla duna stessa. Ciascuna comunità vegetale si dispone secondo fasce parallele alla linea di costa seguendo l’andamento dei cordoni dunali. Le comunità si differenziano invece fra loro lungo il profilo topografico dunale, organizzandosi lungo i forti gradienti ambientali, a formare la cosiddetta zonazione costiera della vegetazione.

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2. LA VEGETAZIONE COSTIERA PSAMMOFILA

La vegetazione dei litorali, che nell’insieme si definisce vegetazione psammofila (che cresce sulla sabbia) riveste un ruolo fondamentale nell’edificazione, stabilizzazione ed evoluzione geomorfologica dei sistemi dunali costieri.

Le specie vegetali che popolano la fascia costiera si organizzano in fitocenosi disposte lungo gradienti ambientali, con specifici adattamenti legati alle caratteristiche ambientali locali.

Schema di una costa

Schema di una costa bassa sabbiosa in assenza di fattori di disturbo. Sono stati
evidenziati, in alto, l’orientamento dei principali gradienti ambientali e, in basso, la
tipica zonazione delle comunità vegetali che si dispongono lungo tali gradienti in
ragione dei particolari adattamenti e delle specializzazioni proprie delle specie di ciascuna
fitocenosi. Si evince, inoltre, lo sviluppo delle dune e delle diverse comunità che le
popolano in fasce parallele alla linea di costa.

 Lungo le coste del Mediterraneo, in assenza di particolari fenomeni di disturbo, si osserva di norma dal mare verso l’entroterra la seguente zonazione:

1 - La spiaggia emersa: il Cakileto
2 - La duna embrionale: l’Elymeto
3 - Le dune mobili: l’Ammofileto

Per quanto riguarda invece le comunità interdunali e retrodunali, esse cambiano in funzione del contesto geografico. Nel settore tirrenico dell’Italia centrale, dopo l’Ammofileto, troviamo lungo la zonazione i seguenti aggruppamenti vegetali:

4 - L’interduna: il Crucianelleto, i pratelli e le depressioni interdunali
5 - Il retroduna: la macchia mediterranea e i boschi retrodunali

Interduna e retroduna

La tipica zonazione degli ambienti dunali che si osserva lungo i litorali laziali, nei siti maggiormente conservati.

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2.1. La spiaggia emersa: il Cakileto

In prossimità della battigia, è presente la cosiddetta “zona afitoica”, cioè priva di piante superiori.
Può essere invece cospicuo il materiale vegetale morto che il mare deposita sulle spiagge.
Nel tratto successivo della spiaggia emersa, la prima fascia di vegetazione è generalmente costituita dalle cosiddette specie pioniere, specie annuali con un ciclo vitale estremamente breve, che si conclude nel giro di pochi mesi in tarda primavera o in estate. Alla fine del brevissimo ciclo vitale, a fine estate sono prodotti i frutti/semi che rimangono sepolti sotto la sabbia o sono dispersi grazie al vento, al moto ondoso, alle correnti marine e alle maree, per poi germinare in autunno o l’anno successivo. Si fa spesso riferimento a questa cenosi con il nome di “Cakileto”, dal nome di una delle specie più diffuse, Cakile maritima. Un’altra specie molto comune è Salsola kali.
Questa comunità è stata attribuita all’habitat 1210 - Vegetazione annua delle linee di deposito marine, secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

Ridimensiona diFOTO1PSAMMOFILA

Cakileto

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2.2. La duna embrionale: l’Elymeto

Nella parte alta della spiaggia si trovano i primi accumuli di sabbia, le dune embrionali, ancora soggette al rimaneggiamento del vento e occasionalmente raggiunte dagli spruzzi delle onde. Su tali accumuli si insediano le prime piante perenni che innescano il processo evolutivo del sistema dunale. Un ruolo fondamentale nel processo lo riveste Elymus farctus subsp. farctus, specie perenne pioniera che intrappola la sabbia e consolida il suolo con i suoi rizomi lunghi e fitti, favorendo dunque la colonizzazione da parte di altre specie.

La fascia di vegetazione a Elymus farctus, di aspetto molto aperto e rado, è caratterizzata dalla presenza quasi costante di poche altre specie dunali. Sulle coste italiane troviamo Echinophora spinosa,
Cyperus capitatus = Cyperus kallii, Otanthus maritimus subsp. maritimus e Sporobolus virginicus = Sporobolus pungens.
Questa comunità è stata attribuita all’habitat 2110: Dune embrionali mobili secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

Elymeto

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2.3. Le dune mobili: l’Ammofileto

Dove le dune embrionali si fanno più consistenti, dietro di esse si osservano le “dune mobili” anche se in ambiente Mediterraneo si tratta spesso di dune relativamente stabilizzate.
La specie più caratteristica e tipica delle dune mobili è una poacea perenne, Ammophila arenaria subsp. australis. Si tratta di una specie molto resistente al vento e al continuo insabbiamento la cui porzione epigea è più sviluppata di quella di Elymus farctus. I suoi densi cespi favoriscono efficacemente l’accumulo di sabbia e reagiscono all’insabbiamento crescendo in altezza, consentendo così la crescita della duna, finché viene raggiunto un equilibrio dinamico tra accumulo ed erosione eolica. L’effetto di fissazione e consolidamento della duna, anche se incompleto, è quindi in questo caso decisamente più marcato, grazie allo sviluppo degli apparati radicali, notevoli sia per la loro estensione che per le proprietà meccaniche.
In alcune situazioni questa comunità può presentare valori di copertura piuttosto elevati. Essa trova il suo optimum dove sono continui gli apporti di sabbia, mentre regredisce dove prevale l’erosione.
La composizione floristica tipica di questa cenosi comprende anche Anthemis maritima,
Echinophora spinosa, Eryngium maritimum, Medicago marina, Euphorbia paralias, Calystegia soldanella e Pancratium maritimum. Questa comunità è stata attribuita all’habitat 2120: Dune mobili del cordone litorale con presenza di Ammophila arenaria (dune bianche) secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

Ammofila
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2.4. La duna di transizione: il Crucianelleto, i pratelli e le depressioni interdunali

Dietro le prime dune mobili stabilizzate da Ammophila arenaria si crea una zona riparata con rilievi più modesti, dove il substrato è ancora sabbioso ma con una certa componente di materia organica e
dunque più compatto. In questa fascia più riparata sono numerose le specie che trovano le condizioni adatte per la loro sopravvivenza; si tratta soprattutto di camefite, cioè di piante perenni con gemme non molto lontane dal suolo. Sulle coste tirreniche dell’Italia centrale, lungo i fianchi in lieve pendio

delle dune, si stabilisce la Crucianella maritima, una camefita dai fusti prostrati, legnosi alla base, che forma una fitocenosi caratteristica, indicata con il nome generale di “Crucianelleto”. Questa specie è accompagnata da altre specie tra cui Ononis variegata, Pancratium maritimum, Lotus cytisoides e sporadicamente da sparsi individui delle specie legnose di macchia. La fascia del Crucianelleto è stata attualmente rinvenuta in pochi siti del litorale laziale, a causa dell’alterazione antropica delle
dune e dei fenomeni erosivi. Inoltre questa comunità caratterizzata da specie perenni è spesso
sostituita da altre fitocenosi, in cui generalmente predominano al contrario specie erbacee annuali che si espandono negli spazi aperti raggiungendo una notevole copertura. Fra esse, si possono citare Silene colorata, Ononis variegata e numerose poacee, quali Vulpia fasciculata, Phleum arenarium subsp. caesium, Lagurus ovatus e Cutandia maritima. In questo caso si parla, per via del breve ciclo vitale, di “pratelli terofitici”.
Nelle vallecole poste fra i cordoni litorali si sviluppa un ambiente particolare del sistema dunale, le depressioni interdunali, modellate dal deflusso dell’acqua piovana e arricchite dalle particelle più fini e dal materiale organico in decomposizione proveniente dalla sommità delle dune. L’impermeabilità del substrato, dovuta all’accumulo di materiale fine nel suolo, può far sì che in queste lacune si creino veri e propri ambienti umidi.
Queste comunità sono state attribuite ai seguenti habitat. 2210: Dune fisse del litorale (Crucianellion maritimae), 2230: Dune con prati dei Malcolmietalia, 2190: Depressioni umide interdunali, secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

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Alcuni esempi di Crucianelleto lungo il litorale laziale.

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Crucianella maritima

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 Alcuni esempi delle colorate fioriture primaverili dei pratelli terofitici retrodunali. Silene colorata (in basso), Ononis variegata (a sinistra) e Medicago littoralis (a destra).

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Ridimensiona diMaccarese - pratelli nella tenuta fra (1)

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2.5. Il retroduna: la macchia mediterranea e i boschi retrodunali

La vegetazione dei litorali sabbiosi raggiunge la sua forma più complessa nella fascia di transizione all’ambiente continentale che è costituita dalle cosiddette “dune fisse”. Esse ospitano una vegetazione arbustivo-arborea, sempreverde, che approfitta della maggiore stabilità e delle condizioni più riparate tipiche di questa fascia. Il primo tratto è generalmente caratterizzato da una macchia pioniera bassa, che nell’Italia centrale è spesso dominata dal Ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus subsp. macrocarpa) e che ripara dai venti salsi e dall’azione abrasiva dei granelli di sabbia le formazioni di macchia più interne. Questa comunità, detta Ginepreto, costituisce il primo stadio legnoso nelle aree sabbiose e contribuisce fortemente al consolidamento della duna.

La macchia pioniera è abbastanza ben rappresentata sul litorale tirrenico grazie alla sua elevata resistenza al disturbo. In caso d’erosione della linea di costa, la macchia pioniera può però venire a trovarsi a diretto contatto con la spiaggia. Divengono allora osservabili segni evidenti di danno alle foglie causati dallo spray marino.
Questa comunità è stata attribuita all’habitat prioritario 2250*: Dune costiere con Juniperus spp. secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

Procedendo verso l’interno, segue dunque una macchia alta strutturalmente più complessa, composta da più specie arbustive, come Pistacia lentiscus e Phillyrea latifolia e da specie lianose, quali Smilax aspera, Lonicera implexa) e Clematis flammula. Questa comunità è stata attribuita all’habitat 2260: Dune con vegetazione di sclerofille dei Cisto-Lavanduletalia secondo il Manuale di Interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/EEC (Biondi et al. 2009).

Nelle zone ancora più interne, caratterizzate da suoli più maturi, compare il leccio (Quercus ilex) che di norma costituirebbe il vero e proprio bosco litoraneo o “Lecceta”. Nell’Italia centrale, tuttavia, tali formazioni sono divenute rare a causa dello sfruttamento edilizio e, nella maggior parte dei casi, sono state sostituite da rimboschimenti a pini mediterranei (Pinus pinea, Pinus pinaster, Pinus halepensis).

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Un esempio di macchia pioniera a Ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus subsp. macrocarpa)

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Alcuni esempi di macchia mediterranea più interna e complessa, in cui dominano specie arbustive.

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Esempi di boschi litoranei a dominanza di Leccio (Quercus ilex)

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3. LE MINACCE CHE INCIDONO SUI SISTEMI DUNALI COSTIERI

Il fenomeno del degrado e della perdita del paesaggio dunale ha interessato tutti i Paesi costieri dell’Unione Europea e in particolar modo le coste del Mediterraneo. In Italia tali ambienti hanno mantenuto fino al XIX secolo un buono stato di conservazione dal punto di vista morfologico, idrogeologico e naturalistico, ma nel XX secolo l’impatto antropico sulle coste è divenuto particolarmente intenso, a causa del crescente sfruttamento turistico e della generale industrializzazione, uniti allo sfruttamento agricolo intensivo del territorio planiziale. Ecosistemi costieri in buono stato di conservazione sono attualmente osservabili soltanto in pochi siti del litorale italiano mentre, lungo la gran parte di esso, l’aumento della pressione antropica e dell’erosione marina hanno determinato una perdita di identità floristico-vegetazionale degli ambienti costieri, che si manifesta con l’alterazione/scomparsa degli habitat e la rarefazione/estinzione locale delle specie vegetali tipiche. Infatti, il 2° Rapporto Nazionale sull’attuazione della Direttiva europea “Habitat”, 92/43/CEE (Ministero dell’Ambiente 2009) riporta che, tra i 130 habitat in Allegato I presenti in Italia, le dune costiere sono fra le poche tipologie che ricadono almeno in parte nella categoria “cattivo stato di conservazione”. Esse mostrano inoltre un’elevata quota di “stato di conservazione inadeguato”. Lo stesso rapporto riferisce che le DUNE COSTIERE SONO A LIVELLO NAZIONALE GLI HABITAT CHE DESTANO PIU’ PREOCCUPAZIONE RIGUARDO AL LORO STATO DI CONSERVAZIONE, IL CHE LI RENDE LA CATEGORIA PIU’ A RISCHIO DI TUTTE, E CHE NECESSITA DI PARTICOLARI ATTENZIONI ED INTERVENTI NEL PROSSIMO FUTURO.

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. Attualmente, tra le maggiori cause del degrado dei nostri ecosistemi costieri si possono citare il grande sviluppo urbano e il turismo balneare di massa, associati con l’erosione dei litorali.

Tutti i fattori in grado di alterare le dinamiche di sedimentazione costiera influenzano la normale evoluzione delle spiagge e, tramite la riduzione degli apporti di materiali sedimentari, aggravano i

fenomeni erosivi. L’erosione costiera, se non controbilanciata dall’apporto continuo di nuovi sedimenti, si manifesta in modo sempre più evidente sui litorali interessati, danneggiando soprattutto le spiagge sabbiose e i sistemi dunali. In particolare, il progressivo assottigliamento delle spiagge accentua gli effetti prodotti dalle mareggiate invernali, che giungono così a rimuovere dalle coste quantità crescenti di sabbia. Quale ulteriore conseguenza, i fenomeni erosivi provocano l’alterazione della naturale zonazione della vegetazione costiera, giungendo, nei casi più gravi, a determinare la scomparsa delle comunità perenni che colonizzano le dune sabbiose. L’effetto combinato dell’erosione e della perdita delle comunità perenni – con il venir meno dell’azione consolidatrice dei loro estesi apparati radicali – aggrava e accelera il processo di demolizione delle dune stesse, che può progredire fino a produrre il diretto affaccio sulla spiaggia delle formazioni vegetali tipiche di ambienti più interni e sprovviste di adattamenti per affrontare le mutate condizioni ambientali.

Se l’intensità dei disturbi connessi alle attività antropiche non è molto elevata, le alterazioni riguardano soprattutto la composizione specifica delle comunità. Per esempio, è stato osservato un aumento di specie ad ampia distribuzione, di specie nitrofile, di specie ruderali o di specie esotiche. Non si tratta di specie tipiche delle nostre dune ma di piante, favorite da questi disturbi, che vanno a sostituire le specie dunali.

Le specie psammofile perennirappresentano un consistente freno allo spostamento e alla dispersione della sabbia, favorendone il deposito e contribuendo così alla formazione e al mantenimento delle dune. Al contrario, il sistema radicale delle specie annuali non è in grado di trattenere la sabbia e, in
assenza di specie perenni, la struttura del sistema dunale viene quindi compromessa.

Quando i livelli di disturbo antropico aumentano, si verificano conseguenze ancora più gravi per le comunità vegetali. Dapprima si può osservare la comparsa di comunità di sostituzione in luogo delle cenosi potenziali. Se l’impatto si protrae nel tempo e diviene più intenso, si possono verificare fenomeni quali la frammentazione e l’alterazione progressiva della sequenza della zonazione. Nei casi più gravi si giunge alla perdita di alcune cenosi e perfino alla totale scomparsa della vegetazione delle dune.

Oltre l’oggettiva gravità dei fenomeni in sé, tali perturbazioni avvengono sempre a danno di equilibri molto complessi e tendono dunque a ripercuotersi sull’ambiente e sul paesaggio con effetti via via più consistenti e, non di rado, permanenti.

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